18 Luglio 2019
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pubblicità ingannevole dei cosmeticiLa pubblicità è l’anima del commercio, ma alla base dovrebbero sempre esserci etica e correttezza.

L’obiettivo principale di chi vende (cosmetici e non) è ovviamente l’utile aziendale, ma non è accettabile ricorrere a condotte non proprio oneste o addirittura sleali, anche mirate a ledere la concorrenza. Naturalmente non tutte le pubblicità sono scorrette né tantomeno la maggioranza delle aziende cade in questa tentazione, ma il fenomeno esiste, è in aumento e va monitorato. Specialmente l’avvento e la crescita dell’e-commerce ha reso la scorrettezza delle informazioni sul prodotto in vendita, un problema da cui doversi difendere a livello globale.

Pubblicizzare prodotti cosmetici “miracolosi”, cui vengono attribuite azioni che non hanno o non possono avere, che garantiscono risultati eccezionali (talvolta equiparati a trattamenti medici o farmaceutici), magari in tempi brevissimi, sono alcuni degli esempi di pubblicità ingannevole e fuorviante di cui il consumatore finale può essere facilmente vittima inconsapevole. I cosmetici sono senza dubbio tra le categorie merceologiche più soggette a false promesse e risultati impossibili, il più delle volte frutto della troppa fantasia del marketing e non sempre di prove scientifiche concrete.

A farne le spese sono soprattutto i cosiddetti prodotti anti(anti-cellulite, anti-caduta, anti-rughe, anti- acne etc.), a cui spesso vengono attribuite finalità terapeutiche che il cosmetico per sua definizione non può avere, e i prodotti “senza” (“senza parabeni“, “senza siliconi“, “senza coloranti“, “senza conservanti” etc.) che vantano di non contenere ingredienti legalmente ammessi e pertanto considerati dalla comunità scientifica europea sicuri, mettendoli in cattiva luce e creando falsi allarmismi.

Il settore cosmetico è regolamentato da una legislazione ben precisa il cui fine principale è tutelare la salute del consumatore, imponendo per questo rigide regole che coinvolgono sia la formulazione e la produzione che la messa in commercio dei cosmetici, stabilendo per questi che le dichiarazioni relative al prodotto non debbano attribuire o fare intendere che possiedano caratteristiche o funzioni che in realtà non hanno (Art.20 del Regolamento 1223/2009 sui prodotti cosmetici) e che le comunicazioni riportate siano veritiere, oneste, corrette, chiare, comprensibili e supportate da test scientifici (Regolamento UE 655/2013).

A supportare ed affiancare le normative sono attive due istituzioni, nate per controllare e disciplinare la correttezza della comunicazione commerciale, proteggendo quindi consumatori e aziende dall’inganno pubblicitario: l’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) e lo IAP (Istituto Autodisciplina Pubblicitaria). Pur operando per lo stesso scopo, questi due organi sono molto diversi tra loro.

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nota anche come “Antitrust”, è una Autorità amministrativa indipendente istituita con la legge n. 287 del 10 ottobre 1990 (la legge a tutela della concorrenza e del mercato italiana). Basandosi da sempre sulle regole del Codice del Consumo, inizialmente il compito dell’AGCM si limitava a reprimere qualsiasi forma di pubblicità ingannevole, arrivando col tempo ad ottenere il ruolo chiave che ha oggi nel tutelare e difendere consumatori ed imprese da pubblicità ingannevole e comparativa, punendo i responsabili con ammende economiche. L’attività di tutela dell’Antitrust comprende anche la sanzione di tutte quelle operazioni di concorrenza “sleale” tra competitors, operazioni che non danneggiano solo aziende e mercati, ma anche i consumatori che di fatto vengono condizionati nella scelta dei prodotti da acquistare. Le attività e le decisioni di questa istituzione, sono pubbliche e consultabili attraverso il sito istituzionale (http://www.agcm.it) dove sono disponibili i testi integrali di tutti i provvedimenti adottati, opportunamente classificati (per fattispecie giuridica, data, mercato rilevante, ecc.).

Viene, ad esempio, pubblicato il bollettino settimanale“, che riporta le decisioni prese dall’Autorità riguardanti intese, abusi di posizione dominante, concentrazioni, pratiche scorrette e pubblicità ingannevole e comparativa illecita, nonché le segnalazioni e le indagini conoscitive su settori economici. Inoltre, entro il 31 marzo di ogni anno l’Autorità presenta al Presidente del Consiglio dei Ministri (che la trasmette al Parlamento) la “Relazione annuale” sull’attività svolta nell’anno precedente.

Tra le pubblicazioni consultabili vengono preparati vademecum” molto utili per i consumatori. Nel 2012 ad esempio l’AGCM ha pubblicato un promemoria relativo alla comunicazione commerciale dei prodotti cosmetici, che fornisce agli acquirenti informazioni ed indicazioni molto utili su come orientarsi ed interpretare le offerte e le pubblicità dei prodotti cosmetici, per poter effettuare così scelte d’acquisto più consapevoli (www.agcm.it/pubblicazioni/dettaglio).

L’Istituto Autodisciplina Pubblicitaria, è invece nato nel 1966 ed è l’organismo preposto al controllo della comunicazione commerciale, a cui aderiscono aziende, imprese, agenzie che si occupano di pubblicità. Diversamente dall’AGCM, ha natura privata e agisce basandosi sul Codice di Autodisciplina Pubblicitaria (CAP), un regolamento istituito dallo stesso IAP vincolante solo per coloro che vi hanno aderito. Tale Codice, nato nel 1966 è stato costantemente aggiornato negli anni ed è giunto oggi alla sua 64° edizione pur mantenendo il suo obiettivo principale, ossia fare in modo che la comunicazione commerciale sia onesta, veritiera e corretta” (art. 1 CAP). Contrariamente all’AGCM, lo IAP può decidere di far interrompere la trasmissione di una pubblicità non conforme con quanto stabilito dal CAP, senza però avere la facoltà di comminare sanzioni ai responsabili. Non avere potere sanzionatorio consente allo IAP di intervenire con tempi molto più rapidi rispetto all’AGCM.

Riassumendo, lo IAP è un organo privato preposto al controllo della correttezza e veridicità messaggio pubblicitario, l’AGCM è un’autorità pubblica che si occupa di garantire la leale attività concorrenziale e di tutelare i consumatori da messaggi pubblicitari fuorvianti e non veritieri.

Queste due istituzioni posso agire separatamente ma anche in collaborazione: lo IAP (autodisciplina) può segnalare episodi non corretti all’AGCM la quale si occuperà del processo amministrativo.

Negli anni, molte aziende cosmetiche sono finite nel mirino di IAP e AGCM.

Ad esempio nel 2018, l’AGCM è intervenuto multando un’azienda che pubblicizzava un dentifricio sbiancante” in grado (secondo la pubblicità) di garantire in pochi giorni un risultato analogo ad un trattamento professionale del dentista. I dentifrici sbiancanti” sono formulati con ingredienti ad azione abrasiva che rimuovono in parte sporco e pigmenti, inducendo quindi un miglioramento dell’aspetto e del colore dei denti. Ma si tratta di prodotti cosmetici e in quanto tali non possono essere equiparati ai trattamenti sbiancanti professionali eseguiti presso studi dentistici. Il Regolamento 1223/2009 sui prodotti cosmetici parla chiaro: un cosmetico può pulire, profumare, modificare l’aspetto, proteggerei, mantenere in buono stato o correggere gli odori corporei” ma non può avere (e tantomeno vantare) gli stessi effetti di un farmaco, di un integratore o di trattamenti dermo-estetici e medici professionali.

Nello scorso anno anche lo IAP è intervenuto in merito ai claims vantati relativi ad un prodotto cosmetico per ridurre borse e occhiaie, in particolare sull’immediatezza e la durata degli effetti e sulla percentuale dei risultati ottenuti, decisamente “gonfiati” per invogliare il consumatore ad acquistare il prodotto. L’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria ha ritenuto che questa pubblicità non fosse idonea sia dal punto di vista tecnico (i risultati vantati non combaciavano con i risultati degli studi) che dal punto di vista del messaggio destinato al pubblico, considerato eccessivamente illusorio ed enfatico.

Etichette, messaggi e informazioni associate ai prodotti cosmetici devono seguire regole ben precise e veicolare informazioni di “buon senso” per essere considerate a norma. Si può affermare ad esempio che un dentifricio aiuta a prevenire la formazione della carie” ma non si può definirlo direttamente come prodotto anti-carie” perché il concetto non sarebbe non veritiero e pertanto contestabile dallo IAP o da AGCM. Altrettanto, non si può affermare che un prodotto cosmetico favorisca la perdita di peso, azione che non rientra nella definizione di cosmetico stabilita dal Regolamento. Altresì non si può etichettare un cosmetico come anti-cellulite“, essendo quest’ultima un’alterazione a carico del tessuto adiposo, non certo risolvibile con la sola applicazione di prodotti cosmetici.

Con la stessa ottica, è ritenuto ingannevole anche il claim “non testato sugli animali” o cruelty free“, perché in Europa testare i cosmetici sugli animali è vietato già dal 2004 e dall’11 marzo 2013, data in cui è entrato in vigore il Regolamento sui prodotti cosmetici (Regolamento UE 1223/2009), non possono essere venduti cosmetici testati su animali. Enfatizzare dunque come “plus” esclusivo di un determinato prodotto, una caratteristica che tutti i prodotti cosmetici hanno ormai da 6 anni, è ritenuto fuorviante per l’utente finale e perseguibile da IAP e AGCM che hanno il compito di tutelare il consumatore dalle frodi pubblicitarie. Situazione analoga per quanto riguarda prodotti per la protezione solare che vantano diciture quali schermo totale“, “protezione totale” o protezione al 100%”queste affermazioni non dovrebbero mai essere utilizzate poiché non esiste ad oggi un prodotto che fornisca alla pelle il 100% di protezione nei confronti dei raggi UV, pertanto il massimo della descrizione per il livello di protezione riferita ad un prodotto solare è protezione molto alta“, così come previsto dalla Raccomandazione della Commissione europea del settembre 2006 (n. 2006/647/CE) sull’efficacia dei prodotti per la protezione solare e sulle relative indicazioni.

La pubblicità di un prodotto è importante così come la sua correttezza, ma permettere al consumatore di acquistare prodotti consapevolmente e senza inganni, lo è senza dubbio di più.

(Redazione AIDECO)


30 Aprile 2019
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tessuti e loro interazioni con pelle e saluteMagari non ci si pensa, ma quando si acquista un indumento o si apre l’armadio per decidere come vestirsi si fanno scelte e gesti che hanno delle conseguenze sulla nostra salute e sull’ambiente. Difficilmente si è consapevoli di cosa ruota intorno al mercato del tessile, ma la questione non è di poco conto, viste le ultime ricerche sul tema.

L’associazione “Tessile e Salute”, nata nel 2001, come si legge sul sito ufficiale (www.tessileesalute.it) “è a fianco dei consumatori e da sempre, al fine di tutelare il Made in Italy, si occupa di eco-tossicologia nei settori Tessile e Moda unendo le competenze del Sistema Pubblico a quelle delle filiere produttive tessile, pelle, chimica. Collabora con il Ministero della Salute, le ASL, i NAS, le Procure della Repubblica nell’identificare prodotti di importazione non in regola con la legislazione comunitaria e con il regolamento europeo REACH o rilascianti sostanze pericolose.”

Proprio per supportarne gli obiettivi strettamente legati alla struttura della pelle, dei suoi annessi e all’ambito cosmetico (basti pensare all’avvento sempre più importante del “cosmetotessile”), AIDECO ha collaborato con questo gruppo specializzato, con sede a Biella, storica città manifatturiera del tessile e della lana sin dal XIII secolo.

“Tessile e Salute” tra il 2011 ed il 2012 si è occupata di effettuare indagini a livello nazionale su articoli tessili acquistati in punti vendita o prelevati dai NAS e dalle Asl, nel corso di azioni ispettive o a seguito a segnalazione di varie problematiche inerenti la salute. I risultati delle indagini sono stati piuttosto significativi, per non dire sconcertanti…

In particolare è emersa poi la presenza di sostanze pericolose in articoli tessili acquistati nei punti vendita nelle seguenti percentuali:

  • 4% ammine aromatiche cancerogene
  • 4% coloranti allergenici
  • 6% metalli pesanti
  • 4% formaldeide

Secondo i dati, è dunque ancora troppo frequente la presenza sul mercato di sostanze pericolose per la salute umana in articoli tessili e calzaturieri.

Secondo “Tessile e Salute”, studiando le cause all’origine di patologie riscontrate nei pazienti ricoverati in alcune cliniche dermatologiche (studio effettuato su oltre 400 pazienti) sono riconducibili a:

  • Tessuti – nel 69,1% dei casi
  • Accessori – nel 16,5% dei casi
  • Calzature – nel 14,4 % dei casi

(Fonte: www.tessileesalute.it/tutela-del-consumatore/rischi-per-la-salute/ )

Ma qual è il quadro normativo che regola questo ambito?

Il mercato tessile non è esente da leggi e regolamenti internazionali e nazionali. In particolare, in merito ai rischi per la salute del consumatore, il mercato tessile globale è attualmente regolamentato su tre livelli:

LIVELLO 1 – LEGISLAZIONI

Sono numerosi i Paesi che si sono dotati di leggi inerenti i prodotti tessili, sia per la natura globale della produzione sia per il significativo numero di prodotti chimici in essa utilizzati. Sebbene le legislazioni non coprano del tutto dai rischi di un’importazione di articoli tessili non a norma e vada pertanto integrata e migliorata, allo stato attuale si possono elencare quelle più importanti:

  • Europa – Regolamento REACH
  • USA – Consumer Product Safety Improvement Act (CPSIA)
  • USA – California Proposition 658
  • Giappone – Law for the Control of Household Products Containing Harmful substances
  • Cina – Product Quality Law of the People’s Republic of China

LIVELLO 2 – NORMATIVO

Molte riguardano i prodotti tessili (requisiti fisici, solidità ecc.). Solo una norma UNI prende in esame in modo sistematico la sicurezza dei prodotti tessili ed è la UNI/TR 11359 Safety management of textiles, clothing, footwear, leather and accessories pubblicata nel 2010 e realizzata con il coordinamento di “Tessile e Salute”.

LIVELLO 3 – CAPITOLATI PRIVATI

Altrettanto numerosi sono gli standard che si basano su Restricted Substances Lists – RSL. Ma tra queste c’è una grande varietà, sia dal punto di vista di sostanze chimiche elencate e requisiti richiesti, sia come impegni da sostenere per la supply chain. I produttori che vogliano vendere all’azienda che richiede la conformità ad una RSL sono tenuti ad informarsi a loro volta presso i loro fornitori al fine di essere sicuri di rispettare quanto richiesto in materia di sostanze soggette a restrizione.

Inoltre, come nel campo dei prodotti biologici destinati all’alimentazione ed alla cosmetica, esistono organismi di certificazione ai quali le aziende produttrici possono aderire volontariamente per migliorare la loro efficienza ambientale e per emergere come aziende virtuose dal punto di vista della tutela della salute dei consumatori. Si tratta in particolare delle seguenti organizzazioni:

  • EMAS (Eco-Management and Audit Scheme), sistema comunitario di ecogestione, cui possono aderire volontariamente le imprese europee che desiderano impegnarsi nel valutare e migliorare la propria efficienza ambientale
  • ECOLABEL, il marchio europeo di qualità ecologica che premia prodotti e servizi migliori dal punto di vista ambientale.

E se sul capo non si trova il marchio? È opportuno scegliere almeno prodotti realizzati in Italia e in Europa perché il loro impatto ambientale è più controllato e regolato.

Una parola in più sulle “fibre biologiche”: come abbiamo avuto modo di approcciare a livello cosmetico in altre occasioni (www.aideco.org/biologico-e-naturale), nel caso di un “capo bio” il prodotto dovrebbe essere realizzato con fibre naturali ottenute senza l’uso di sostanze di sintesi come insetticidi, diserbanti e concimi. Coltivare, ad esempio, cotone senza sostanze chimiche è molto più difficile, perché riduce la resa dei campi e quindi anche la redditività degli agricoltori. Tant’è che le percentuali di “fibre bio” nel mercato ammontano ad appena l’1% e difficilmente potranno aumentare.

Spesso purtroppo la dicitura “bio” o “organico” sull’etichetta non corrisponde a verità o è riferita ad una percentuale marginale di fibra. Frequentemente può succedere che sia “bio” il cotone, ma non la lavorazione effettuata non essendo ancora state definite chiare procedure di controllo, come avviene già nel settore alimentare. In altre parole si tratta spesso di informazioni pubblicitaria ed in breve:

  • Non è detto che il cotone sia veramente “biologico, poiché esistono leggi che regolano l’agricoltura biologica ma non l’intera filiera di produzione.
  • Un capo realizzato in fibre “bio” non ha caratteristiche migliori o peggiori di un altro “non bio”: il suo vero pregio risiede nel non aver provocato inquinamento ambientale nelle aree di coltivazione.

Dal punto di vista dermatologico le conseguenze di un contatto prolungato con tessuti trattati con sostanze irritanti o nocive per la salute, risiedono non solo nelle manifestazioni cutanee, quali DIC e DAC (Dermatiti Irritative o Allergiche da Contatto) spesso di non facile diagnosi. Il rischio vero risiede nel fatto che la pelle è il nostro organo più esteso e, per quanto sia banale ribadirlo, è il più esposto alle aggressioni esterne, fungendo da barriera semi-permeabile e quindi da potenziale “ingresso” di tante sostanze nel nostro organismo. I danni a lungo termine prodotti da sostanze nocive introdotte per assorbimento cutaneo possono essere di conseguenza anche molto gravi. Ecco perché è sempre importante essere consumatori consapevoli.

I principali rischi per la salute del consumatore a contatto con tessuti e calzature sono imputabili alle sostanze chimiche utilizzate nei processi produttivi e finalizzate alla lavorazione, alla colorazione e alla funzionalizzazione dei materiali. Va però qui considerato che è impossibile immaginare l’industria tessile e della moda senza il contributo dei processi chimici; non si tratta quindi di demonizzare sostanze e composti ma di conoscerli, valutarne gli effetti ed utilizzarli secondo prassi rigorosamente controllate.

Nel corso degli ultimi decenni la ricerca scientifica ed industriale ha dedicato molta attenzione alla messa a punto di prodotti chimici sicuri per i lavoratori e per gli utilizzatori finali dei manufatti e sono state stabilite procedure e regolamenti d’utilizzo. In Europa inoltre è stato vietato l’uso di sostanze ritenute pericolose per la salute ed i prodotti chimici immessi sul mercato sono oggetto di costanti verifiche e monitoraggio.

D’altro canto è altresì utile sfatare i numerosi luoghi comuni che rischiano di diffondere false informazioni fra i consumatori. Ad esempio:

  • “I capi sintetici provocano allergie e dermatiti?”

Non ci sono fibre pericolose (a parte l’amianto, fuori legge da molti anni). Patologie e problemi di sensibilizzazione cutanea sono provocati dall’uso di sostanze chimiche non a norma nelle fasi di tintura e finissaggio.

  • “Le fibre naturali sono più ecologiche di quelle sintetiche?”

Per coltivare il cotone si utilizzano estese aree sottratte così ad altre coltivazioni, si usa moltissima acqua e il ciclo di lavorazione sfrutta molta energia, utilizza coloranti e sostanze chimiche, con processi lunghi e costosi. Ci sono poi i consumi di lavaggio e di stiratura… Le fibre sintetiche, d’altra parte, utilizzano solo una minima parte di petrolio e la loro produzione è a basso consumo di acqua. Hanno però un grosso limite ecologico: non sono biodegradabili, per questo le aziende stanno incentivando la ricerca sul riciclo dei materiali scartati (sostenibilità).

  • “Il cotone OGM fa male alla pelle?”

Il cotone OGM (Organismo Geneticamente Modificato), allo stato attuale delle nostre conoscenze, quando a contatto con la pelle è del tutto identico ad un cotone tradizionale. Oggi il 50% del cotone con cui sono fabbricati i nostri indumenti è un OGM.

Come ormai chiaro, alla sicurezza del prodotto si è aggiunto recentemente un nuovo importante obiettivo: la definizione di sostanze, materiali, tecnologie e modalità di lavoro meno impattanti sull’ambiente. L’acquisto consapevole anche nel caso dell’abbigliamento può fare molto per migliorare non solo la tutela della salute dei consumatori, ma anche le condizioni di lavoro degli operai del settore nei paesi in via di sviluppo, nonché indurre le aziende produttrici ad una maggiore sensibilità su quanto si potrebbe fare per ridurre i danni ambientali e migliorare la qualità dei prodotti.

Ai consumatori si consiglia pertanto:

  • Di non acquistare capi di abbigliamento privi di etichetta con ben riportata la composizione (tipologia di fibre presenti nel capo), da dichiarare obbligatoriamente per legge
  • Di lavare sempre un nuovo capo di abbigliamento prima di indossarlo e, nel caso di rilascio di colorante, lavarlo una seconda volta
  • Infine, laddove possibile, di scegliere aziende certificate che operano nel rispetto delle normative europee

In conclusione, una corretta informazione tutela sempre la nostra salute e quella del nostro pianeta.


23 Gennaio 2019
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Riportiamo per intero un utile e sempre attuale promemoria che l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha pubblicato nel 2012, ma che costituisce ancora un ottimo strumento informativo ed interpretativo di come deve essere considerato il cosiddetto CLAIM commerciale.

Per definizione il claim è la principale promessa fatta ai consumatori/clienti nel corso di una campagna pubblicitaria o di un accordo commerciale. Il termine indica anche il testo centrale di una pubblicità e/o la definizione di un prodotto e delle sue caratteristiche riportata sulle confezioni in commercio (ad esempio lo yogurt “ricco di fibre” o il dentifricio che “combatte la carie”).

Si tratta di affermazioni a scopo pubblicitario che però, per essere autorizzate, devono rispondere a determinati parametri e certificazioni (in special modo se riferite a specifiche indicazioni di salute).

“Una serie di indicazioni rivolte ai consumatori
per orientarsi tra le offerte e la pubblicità dei prodotti cosmetici”

“E’ l’obiettivo del vademecum redatto dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, alla luce dei principi applicati nei suoi provvedimenti degli ultimi anni. I potenziali acquirenti, potranno così decodificare più facilmente i messaggi pubblicitari sui cosmetici al fine di scelte d’acquisto più consapevoli.

La diligenza richiesta dall’Antitrust alle aziende del settore richiede informazioni chiare ed esaustive su caratteristiche, componenti, modalità di impiego e risultati ottenibili dal cosmetico.

1) UN COSMETICO NON È UN FARMACO

La natura cosmetica del prodotto deve risultare chiaramente: un cosmetico non può essere assimilato o comparato – esplicitamente o indirettamente – ad un farmaco o ad interventi di chirurgia estetica. Al prodotto cosmetico non possono essere attribuite – direttamente, indirettamente o in modo ambiguo – proprietà curative o terapeutiche capaci di intervenire in maniera risolutiva e definitiva sulle cause degli inestetismi.

2) MASSIMA ATTENZIONE ALLE PROMESSE DI RISULTATO

L’utilizzo di vanti di efficacia specifici e puntuali – espressi in termini assoluti o percentuali, con indicazione di tempi serrati o/e con corredo di immagini particolarmente suggestive – deve basarsi su un veridico e mirato supporto scientifico e su sperimentazioni adeguate. L’efficacia di un componente non supporta da sola e di per sé l’efficacia del prodotto.

Al riguardo, è meglio informarsi: per esempio, sul sito internet dell’azienda, sul sito www.agcm.it, al link https://www.cosmeticseurope.eu/using-cosmetics-colipa-the-european-cosmetic-cosmetics-association/labelling-.html

3) SÌ AI TEST CLINICI SOLO SE ATTINENTI E ACCESSIBILI

Se espressamente richiamati in pubblicità, i test clinici devono essere pertinenti e direttamente correlati con l’efficacia attribuita al prodotto; nel messaggio, compatibilmente allo spazio disponibile, vanno specificati la metodologia, le misurazioni ed i parametri utilizzati (se addotte sperimentazioni in vitro, queste devono sempre trovare conferma in sperimentazioni in vivo, effettuate su un numero adeguato di volontari, individuati in base a idonei criteri di inclusione).

Gli studi scientifici richiamati in pubblicità a sostegno dei vanti prestazionali del cosmetico devono essere adeguatamente accessibili – in versione integrale o in esaustiva sintesi esplicativa – magari attraverso rinvio alle pagine web dedicate del sito internet aziendale.

4) IL VALORE MASSIMO OTTENUTO NELLE SPERIMENTAZIONI NON CORRISPONDE ALL’EFFICACIA DEL PRODOTTO

Non può essere vantato in pubblicità, neppure se presentato insieme a locuzioni quali “fino a…”, il valore massimo risultante dalle sperimentazioni – tanto più se raggiunto in uno solo o in pochissimi casi – in quanto non esemplificativo dell’efficacia generale ascrivibile al cosmetico.

5) OCCHIO AI LIMITI DI EFFICACIA: DOVREBBERO ESSERE BEN VISIBILI

Non possono essere richiamati dalla pubblicità studi limitati a situazioni specifiche a supporto di più estesi vanti prestazionali del prodotto, né si possono omettere informazioni rilevanti su limiti e confini di efficacia del cosmetico in modo da generalizzarne indebitamente la portata oltre gli ambiti effettivi. In particolare, non possono essere affidati a super o note in calce – spesso con caratteri ridotti – precisazioni in grado di ridimensionare/smentire i vanti principali dei messaggi.

6) VANTI DI INNOVATIVITÀ SOLO SE SCIENTIFICAMENTE ASSODATI

Fare attenzione quando sono ascritti vanti di innovatività al cosmetico oppure questo viene presentato come frutto di nuove scoperte: al riguardo, infatti, non basta richiamare studi in corso non ancora assodati e condivisi in seno alla comunità scientifica. Se possibile, informarsi su siti istituzionali o di riconosciuta autorevolezza scientifica.

7) IL BREVETTO SI PUO’ VANTARE SOLO SE È STATO CONCESSO

Per vantare un brevetto, non basta aver presentato la domanda occorrendo, invece, che sia già rilasciata la concessione: al riguardo, si può controllare la banca dati tenuta dal Ministero dello Sviluppo Economico (al link https://statistiche.uibm.gov.it/).

Fare attenzione anche al vanto di “approvazioni” o riconoscimenti scientifici al prodotto da parte di Enti o Autorità pubblici o privati: meglio controllare sui siti di tali Istituzioni.

8) DISTINGUERE TRA TEST DI AUTOVALUTAZIONE E TEST SCIENTIFICI

I test di autovalutazione – in quanto esprimono soltanto valutazioni soggettive – non possono essere portati a supporto di oggettivi vanti di efficacia e vanno comunque tenuti distinti da test e sperimentazione scientifiche. In ogni caso, devono essere chiaramente presentati come tali e va evidenziato il loro contenuto con riferimento alla tipologia di domande e al campione utilizzato.”

Questo è quanto chiaramente indicato dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato al seguente link: http://www.agcm.it/pubblicazioni/mini-guide. La stessa Autorità si occupa di controllare che tutte le aziende del settore si attengano alle regole succitate e di emanare le dovute sanzioni, qualora alcune aziende incorrano in infrazioni più o meno gravi.

Naturalmente è sempre utile ricordare che il quadro normativo di riferimento è dettato dall’Unione Europea, soprattutto il Regolamento (CE) n. 1223/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio del 30 novembre 2009 sui prodotti cosmetici e successive modificazioni ed integrazioni, nonché le Opinioni emanate dalle Commissioni Scientifiche di riferimento (v. https://www.aideco.org/norme-europa/notizie-dall-unione-europea-intro) ed infine le “Note orientative per le prove sugli ingredienti cosmetici e valutazione della sicurezza da parte del CSSC”, di cui è stata da poco pubblicata la 10° edizione
(v. https://www.aideco.org/images/contenuti/notizie-dall-europa/Schede_informative/citizens_nog2018_it.pdf).


23 Gennaio 2019
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Negli ultimi anni si sente spesso parlare di cosmetici a base di cellule staminali, definiti prodotti come quasi miracolosi, che assicurano risultati eccezionali. Ma è davvero così o si tratta solo di trovate pubblicitarie? Procediamo con ordine.

Cosa sono le cellule staminali e perché vengono utilizzate?

Quando un organismo inizia a formarsi, le cellule devono essere in grado di produrre tutte le strutture ed i tessuti necessari. Per questo le cellule primitive (meglio note come cellule staminali), da cui avranno origine tutte le altre, sono dotate della capacità di moltiplicarsi velocemente e dare origine o a copie di se stesse (autoriproduzione) oppure a cellule specializzate di vari organi o tessuti, come ad esempio muscolari, epatiche, renali o del sangue. Queste, grazie al processo sopra descritto denominato “differenziamento cellulare”, sono dunque in grado di sostituire le “vecchie” (morte o non più funzionali), riparando tessuti o strutture malati o danneggiati.

Inizialmente queste cellule sono “totipotenti”, ovvero in grado di dare origine a qualsiasi tipo di struttura e tessuto, come ad esempio le cellule embrionali; tuttavia mano a mano che il processo di differenziazione procede, pur mantenendo la loro capacità di accrescimento e differenziazione, perdono una parte del loro potere e diventano “unipotenti”, dando origine solo a quella linea cellulare.

Storia delle cellule staminali in cosmetica

In queste cellule sono contenute moltissime sostanze in grado di stimolare la crescita tissutale e proprio per questo negli ultimi anni si è ricorso molto all’utilizzo di cellule staminali, anche nell’ambito della moderna cosmetica, soprattutto “antiaging”.

Poiché la normativa di settore vieta l’impiego di cellule staminali umane nei cosmetici, l’interesse si è subito spostato sulle cellule staminali vegetali. Presenti nelle piante, contrariamente a quanto avviene nell’uomo e nell’animale, in tal caso sono più versatili ed hanno la possibilità di moltiplicarsi all’infinito, creando costantemente nuove cellule specializzate e non specializzate, in grado di riparare i tessuti danneggiati e riprodurre una pianta identica all’originale, ovvero “totipotenti”.

Cellule vegetali, diverse nella struttura ma per alcuni aspetti paragonabili a quelle umane, sono oggi impiegate nella formulazioni di prodotti cosmetici in grado di “riparare” i tessuti cutanei danneggiati non solo dal tempo che passa ma anche da fattori esterni come l’inquinamento, il fumo, lo stress etc.

Ad attirare l’attenzione sul tema è stato uno studio condotto da alcuni ricercatori su una rara varietà di mela svizzera (Uttwiler Spätlauber) già nota per essere caratterizzata dalla capacità di mantenersi fresca più a lungo rispetto ad altre tipologie. Dopo aver esaminato alcuni campioni di questo frutto, gli scienziati hanno scoperto che la loro conservazione era determinata dalle cellule staminali presenti, sulle quali pertanto hanno condotto uno studio più approfondito.

Secondo quanto pubblicato dal ricercatore svizzero Daniel Schmidt sul “Journal Of Applied Sciences”, gli estratti delle cellule staminali di questa mela (ottenute tramite un particolare processo di coltura) sono in grado di interagire con le cellule della cute e del follicolo pilifero, aumentandone la durata di vita e migliorandone la capacità rigenerativa, riuscendo così a rallentare il processo di invecchiamento fisiologico della cute e dei capelli. Dai risultati dello studio è inoltre emerso che gli estratti ottenuti dalle cellule staminali della mela svizzera combattono la formazione di radicali liberi, dimostrando quindi anche un’azione antiossidante.

La mela non è però l’unico aiuto che la natura fornisce per difendere la pelle dalle conseguenze del tempo che passa. Questa scoperta ha infatti dato il via ad ulteriori ricerche che hanno evidenziato l’effetto positivo di estratti di cellule staminali ricavate da altre piante o frutti come ad esempio la stella alpina (Leontopodium alpinum), l’albero delle farfalle (Buddleja davidii) ricco di verbacoside, un potente antiossidante e foto-protettivo, ed ancora il mirtillo (Vaccinium myrtillus), la fragola (Fragaria) e le bacche di lampone (Rubus idaeus), contenenti antociani, antiossidanti notevolmente potenti ad attività anti-infiammatoria.

Funzione delle cellule staminali nel prodotto cosmetico

È opportuno precisare che l’ingrediente cosmetico utilizzato nel prodotto finito, non è la cellula staminale per intero bensì i suoi estratti, concentrati in sostanze come ad esempio vitamine, amminoacidi, lipidi, minerali, da cui si ottengono principi funzionali in grado di “collaborare” direttamente con le altre cellule, di “intervenire” su quei processi fisiologici che con il tempo ne rallentano l’attività. A livello cutaneo ad esempio, si assiste progressivamente ad una diminuzione di fibre collagene, elastina ed acido ialuronico, con conseguente perdita di tono ed elasticità.

Le staminali “green” aiutano a stimolare i fibroblasti, ad incrementare la produzione di queste componenti, a difendere le cellule dai danni indotti dalle radiazione ultraviolette e contrastare l’azione dei radicali liberi, contribuendo così a rallentare il crono ed il fotoinvecchiamento.

Queste cellule conterrebbero anche i cosiddetti “EGF simili” (Epidermal growth factor – fattori di crescita dell’epidermide), paragonabili a quelli umani, utilizzati di conseguenza nel cosmetico per stimolare la ricrescita ed il trofismo di un tessuto, trovando le loro applicazioni principe sia in tricologia che nei trattamenti per il “ringiovanimento” della pelle.

L’opinione pubblica su questo argomento è divisa: da un lato vi è un forte entusiasmo, dall’altro un altrettanto forte scetticismo, dovuto al fatto che gli effetti straordinari vantati dalle pubblicità non sono supportati da studi scientifici validi e significativi e per questo non reputati attendibili per giustificarne appieno l’efficacia cosmetica.

La verità sta nel mezzo: sicuramente l’impiego di queste sostanze rappresenta un valido aiuto per cercare di mantenere la pelle giovane il più possibile, senza dimenticare però che il cosmetico, come enunciato nella sua definizione, non è un elisir miracoloso, ma uno strumento che può contribuire a mantenere in buono stato la pelle ed i suoi annessi.


4 Dicembre 2018
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Con il continuo evolversi del settore cosmetico, sono sempre più numerosi i prodotti disponibili sul mercato. In funzione delle informazioni riportate (etichetta, foglietto illustrativo, leaflet, etc.) a volte è complicato orientarsi su quale è la tipologia di prodotto, suddivisa in numerose categorie merceologiche che fanno riferimento a diverse legislazioni.

Per il consumatore quindi di frequente non è facile capire se un prodotto sia un cosmetico o no: potrebbe essere un dispositivo medico (medical devices), un giocattolo, u farmaco, un biocida. Laddove l’etichettatura è chiara il quesito è di facile risposta, mentre nel caso in cui le indicazioni secondo normativa di riferimento non sono appropriate, l’individuazione è più complicata.

La difficoltà è amplificata soprattutto nel caso di prodotti che rappresentano “casi limite” (noti come “borderline”), ovvero che per loro natura non appartengono con chiarezza ad un determinato settore e per i quali è di conseguenza difficile stabilire quale sia la normativa di riferimento da applicare. Spesso vengono erroneamente definiti cosmetici prodotti quali, spray nasali, lavande vaginali, gel per la ricostruzione delle unghie, o collutori ad azione antibatterica.

Per poter stabilire se un prodotto possa o meno essere considerato un cosmetico è necessario per prima cosa conoscerne e comprenderne la definizione fornita Regolamento Cosmetico n. 1223/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio del 30 novembre 2009 che, nel Capo I all’Articolo 2, lo descrive come: “qualsiasi sostanza o miscela destinata ad essere applicata sulle superfici esterne del corpo umano (epidermide, sistema pilifero e capelli, unghie, labbra, organi genitali esterni) oppure sui denti e sulle mucose della bocca allo scopo esclusivamente o prevalentemente di pulirli, profumarli, modificarne l’aspetto, proteggerli, mantenerli in buono stato o correggere gli odori corporei”.

Alla luce di quanto espresso dalla normativa quindi emergono 3 punti chiave utili a tracciare un’identità precisa ed accurata del prodotto cosmetico:

  1. FORMA FISICA: sostanza o miscela. Non rientrano dunque nella definizione di prodotto cosmetico oggetti o ornamenti quali piercing, parrucche, “extension” per capelli, unghie artificiali etc.
  2. SITO DI APPLICAZIONE: superfici esterne del corpo umano (epidermide, sistema pilifero e capelli, unghie, labbra, organi genitali esterni) oppure sui denti e sulle mucose della bocca. Non sono cosmetici dunque i prodotti iniettati sottopelle, come i filler e i tatuaggi, o tutti quei prodotti il cui uso ragionevolmente prevedibile avviene internamente all’organismo.
  3. ATTIVITÀ: pulire, profumare, modificare l’aspetto, proteggere, mantenere in buono stato e/o correggere gli odori corporei. Fondamentale concetto è quindi che il prodotto cosmetico non può avere e non può vantare attività terapeutica e/o farmacologica.

Ma prima di stabilire la natura di un prodotto, non va sottovalutata la valutazione di altri aspetti, quali i claims vantati, gli ingredienti che lo compongono (riportati per norma vigente in etichetta) e non ultima la presentazione finale del prodotto ovvero il packaging primario e secondario (quando presente) e quanto eventualmente riportato sul foglietto illustrativo. Appare dunque evidente che il responso finale (il prodotto è o non è un cosmetico?) dovrà essere stabilita “caso per caso”.

Ad esempio è di facile interpretazione il deodorante: si tratta di prodotti applicati sull’epidermide allo scopo di correggere e mascherare gli odori sgradevoli determinati dalla sudorazione. Rispondono dunque perfettamente alla definizione di prodotto cosmetico sopra riportata; sono inoltre sostanze o miscele di sostanze e non vantano attività terapeutica. Anche la tintura per capelli è un cosmetico, poiché utilizzata al fine di coprire i capelli bianchi o semplicemente per cambiare il colore naturale della propria capigliatura, oltre al fatto che è una miscela di sostanze senza fini di cura farmacologica.

Più complesso è invece l’esempio che coinvolge un collutorio, utilizzato per coadiuvare l’azione del dentifricio e dello spazzolino nell’igiene e nella prevenzione di insorgenza di alterazioni del cavo orale. In commercio cosmetici ed quelli “medicati”. I primi sono formulati con ingredienti regolarmente ammessi in cosmetica (come ad esempio il fluoro ed i suoi derivati) ed utilizzabili, anche quotidianamente, per rinfrescare l’alito, contribuire al benessere di denti e gengive, coadiuvare l’igiene del cavo orale; pertanto sono prodotti cosmetici a tutti gli effetti. I secondi invece, dal momento che contengono sostanze antibatteriche ed antisettiche anche ad alte concentrazioni e che vantano azioni nei confronti di alterazioni o patologie del sito di applicazione, non sempre possono essere definiti cosmetici, ma possono rientrare nell’elenco dei prodotti borderline o inseriti in altre categorie merceologiche.

I prodotti borderline sono molto numerosi, per questo la commissione europea ha pubblicato nel tempo diverse versioni del “Manuale del Gruppo di lavoro sui Prodotti Cosmetici (sottogruppo sui Prodotti Borderline)” per aiutare ad orientarsi meglio e facilitare l’applicazione della legislazione UE in questi casi. Nella seguente tabella (Tabella 1) è riportato l’elenco dei prodotti borderline, secondo i parametri precedentemente identificati (tipo di prodotto per forma fisica, sito di applicazione, scopo previsto ed attività) tratto dalla versione più aggiornata del Manuale.

Tabella 1


MANUAL OF THE WORKING GROUP ON COSMETIC PRODUCTS (SUB-GROUP ON BORDERLINE PRODUCTS) ON THE SCOPE OF APPLICATION OF THE COSMETICS REGULATION (EC) No 1223/2009 (ART. 2(1)(A)) VERSION 2.2 (FEBRUARY 2016)

Manuale del Gruppo di lavoro sui Prodotti Cosmetici (sottogruppo sui Prodotti Borderline) sul campo di applicazione del Regolamento Cosmetico (EC) N. 1223/2009 (ART. 2(1)(A)) Versione 2.2 (Febbraio 2016)


1. TIPO DI PRODOTTO- SOSTANZA O MISCELA
1.1. Spazzolino per lingua che rilascia sostanze e/o miscele 1.2. Vestiti che rilasciano sostanze
1.3. Stuzzicadenti e filo interdentale
1.4. Cerotti
1.5. Tatuaggi temporanei lavabili
1.6. Salviette
1.7. Parrucche
1.8. Dispositivi per la rimozione del tatuaggio
1.9 “Rasoi a umido” che rilasciano sostanze/miscele


2. SITO DI APPLICAZIONE
2.1. Vagina
2.2. Per ingestione (compresse)
2.3. Per ingestione (chewing gum)
2.4. Spray nasali


3. SCOPO COSMETICO PREVISTO
3.1. Borderline con giocattoli
3.1.1. Prodotti che, secondo la loro presentazione, sono destinati ad essere usati come trucco sulle bambole
3.1.2. Prodotti che, secondo la loro presentazione, sono destinati ad essere usati come trucco sui bambini 3.1.3. Prodotti gioco da bagno per bambini
3.1.4. Colori per il viso, colori per il corpo, aerografia

3.2. Borderline con i biocidi
3.2.1. Prodotti “leave-on” antisettici e antibatterici 3.2.2. Colluttori antisettici e antibatterici

3.3. Borderline con i farmaci
3.3.1. Prodotti per alleviare il dolore articolare
3.3.2. Prodotti anti prurito
3.3.3. Prodotti che contengono sostanze che ripristinano, correggono o modificano le funzioni fisiologiche con un’azione farmacologica, immunologica o metabolica
3.3.4. Prodotti che contengono sostanze per stimolare la crescita dei capelli o ridurne la caduta
3.3.5. Prodotti per la crescita delle ciglia
3.3.6. Prodotti per i peli incarniti
3.3.7. Prodotti volumizzanti per le labbra
3.3.8. Prodotti per ridurre la cellulite
3.3.9. Sostanze applicate con cerotti per la pelle
3.3.10. Prodotti rilasciati tramite ionoforesi o meccanismi similari
3.3.11. Prodotti rilasciati tramite tecniche invasive, come ad esempio il rullo ad aghi
3.3.12. Prodotti per il trattamento della secchezza della bocca
3.3.13. Prodotti per idratazione superficiale dell’organo genitale femminile in caso di secchezza estrema delle mucose
3.3.14. Prodotti topici per l’aumento del seno
3.3.15. Prodotti che fanno riferimento all’aromaterapia
3.3.16. Prodotti per la pelle atopica
3.3.17. Prodotti per ridurre occhiaie (cerchio scuro sotto gli occhi), lividi o macchie blu
3.3.18. Prodotti con indicazioni relative a contusioni, urti e simili
3.3.19. Prodotti per schiarire la pelle
3.3.20. Prodotti per alleviare le gambe stanche, gonfie e pesanti
3.3.21. Prodotti antirughe
3.3.22. Prodotti per la rimozione dei tatuaggi
3.3.23. Prodotti con claims di “guarigione” della pelle (Healing the skin claims)
3.3.24. Prodotti abbronzanti che rilasciano calore (Hot tanning products)
3.3.25. Prodotti per rimuovere la pelle ispessita (Hard skin)
3.3.26. Prodotti per modificare l’aspetto della pelle arrossata a causa di una dilatazione debole o imperfezione delle vene capillari
3.3.27. Prodotti per il trattamento della pelle dopo tatuaggio (Tattoo aftercare products)

3.4. Borderline con i Dispositivi medici (Medical Devices)
3.4.1. Prodotti che, per loro presentazione, sono definiti a esfoliare la pelle (peeling) 3.4.2. Prodotti anti-pidocchi
3.4.3. Matite emostatiche (Styptic Pencils)

3.5. Borderline con altre legislazioni
3.5.1. Prodotti che, per loro presentazione, sono definiti quali rilevatori della placca dentaria
3.5.2. Prodotti che, per loro presentazione, sono destinati a rimuovere la colla usata per fissare articoli sulla pelle
3.5.3. Prodotti che, per loro presentazione, sono intesi per la stimolazione dell’attività sessuale
3.5.4. Kit cosmetici


Cerchiamo di fare chiarezza esaminando alcuni dei prodotti più controversi nel panorama cosmetico.

Si prenda ad esempio i prodotti che contengono sostanze per stimolare la crescita dei capelli o ridurne la caduta, definiti borderline tra cosmetico e farmaco. La valutazione, come già precedentemente esposto, va fatta “caso per caso” esaminando tutte le caratteristiche del prodotto, tra cui, ad esempio, l’assorbimento percutaneo, la concentrazione di ogni ingrediente attivo, la via di somministrazione, la frequenza ed il sito di applicazione, il grado di penetrazione ed i claims riportati. Un prodotto cosmetico infatti non può vantare di “promuovere la crescita dei capelli” in quanto questa azione è svolta da sostanze ad azione farmacologica come ad esempio il minoxidil, o la finasteride, presenti in molti farmaci ma vietati in cosmetica. Un prodotto cosmetico può aiutare a “prevenire la caduta dei capelli”, rinforzando il trofismo del capello, migliorando il benessere e la salute dei capelli e del cuoio capelluto.

Situazione analoga per quanto riguarda i prodotti per ridurre la cellulite. La cellulite infatti, intesa come Pannicolopatia Edemato Fibro Sclerotica (PEFS), colpisce il tessuto adiposo sottocutaneo e può essere molto diversa da un’adiposità localizzata con cui spesso viene confusa. Il prodotto cosmetico, come noto, non ha e non può vantare azioni terapeutiche, di conseguenza una vera e propria azione “anticellulite” sarebbe riservata ai prodotti medicinali, tanto più che questa alterazione viene dai più considerata una patologia e non un’alterazione del tessuto adiposo. Un prodotto cosmetico può però migliorare le alterazioni estetiche da questa provocate, non solo in merito al valore del massaggio di applicazione, ma anche grazie a sostanze ad azione lipolitica e drenante. Ovviamente il cosmetico non può da solo eliminare definitivamente tale problematica, come anche altri trattamenti a livello estetico.

Nell’elenco dei prodotti borderline, rientrano anche i prodotti antirughe, da sempre considerati cosmetici a tutti gli effetti. Perché allora vengono classificati come “caso limite”? In linea di massima i prodotti antirughe sono cosmetici ai sensi del regolamento (CE) n. 1223/2009. Tuttavia anche in questo caso la valutazione finale deve essere fatta caso per caso esaminando tutti gli aspetti del prodotto in questione, comprendendo anche le condizioni d’uso ragionevolmente prevedibili e il rischio che il suo utilizzo può comportare. Esistono infatti prodotti presentati come antirughe, contenenti sostanze quali tretinoina (acido retinoico nella sua forma isomerica trans, Allegato II, 375), gerontina (spermina, Allegato II, 411) fenolo (Allegato II, 1175) o progesterone (Allegato II, 194), il cui uso non è ammesso in cosmetica. Pertanto prodotti antirughe che dovessero contenere tali sostanze, ovviamente non possono essere identificati come cosmetici.

Situazione analoga per quanto riguarda i prodotti per il peeling, anch’essi inseriti nell’elenco dei prodotti borderline, al limite tra cosmetici e dispositivi medici. Si tratta di prodotti la cui funzione è quella di esfoliare la cute favorendo così il turn over cellulare. A seconda della loro formulazione, tali prodotti possono agire al livello dell’epidermide, svolgendo quindi una reale reazione superficiale, o penetrare al livello del derma con un effetto più profondo. Gli esfolianti superficiali, generalmente a base di α-idrossiacidi (AHA) a basse concentrazioni quali ad esempio acido glicolico o acido mandelico, possono essere considerati cosmetici, in quanto si limitano a rimuovere le cellule desquamanti epidermiche senza interagire con la normale fisiologia cutanea, ma sarebbe meglio non chiamarli “peeling”. Viceversa i prodotti per il vero e proprio peeling, che agiscono più in profondità e che possono arrivare alla distruzione epidermica totale e alla distruzione parziale del derma reticolare superiore (ad esempio con acido tricloroacetico -TCA- o fenolo, entrambi vietati dal Regolamento Cosmetico) non possono assolutamente essere considerati tali. Pertanto, anche in questo caso, al fine di decidere in merito alla qualificazione di un prodotto peeling per la pelle, devono essere considerate tutte le caratteristiche del prodotto in questione.

Il “Manuale del Gruppo di lavoro sui Prodotti Cosmetici (sottogruppo sui Prodotti Borderline) sul campo di applicazione del Regolamento Cosmetico (EC) NO 1223/2009 (ART. 2(1)(A))”, nelle sue versioni (in aggiornamento, l’ultima è del 02.02.2016), tratta in maniera approfondita l’argomento nei suoi vari aspetti. Come viene specificato all’interno del documento, questo Manuale non riflette la posizione ufficiale della Commissione Europea, pertanto le opinioni in esso riportate non sono legalmente vincolanti: spetta alle autorità competenti nazionali ed ai giudici nazionali valutare “caso per caso” il quadro normativo da applicare. Pur non cogente, questo elaborato ha gettato le basi per considerazioni più ordinate in relazione al mercato reale dei prodotti cosmetici e con logica (seppur ancora imperfetta) aiuta chi professionalmente si occupa dei settori coinvolti ad interpretare le norme vigenti, in particolare in tema di aggettivazioni (claims) e presentazione del prodotto cosmetico al consumatore finale.

Per saperne di più: Commissione Europea – Prodotti borderline