19 Dicembre 2019
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I tessuti sono la nostra seconda pelle. Gli abiti che ogni giorno indossiamo hanno senza dubbio lo scopo di coprire e proteggere il nostro corpo ma sono anche l’espressione del carattere, della personalità, dello stato d’animo e del modo di essere di ognuno di noi. I tessuti a disposizione sul mercato, sia a base di componenti naturali che sintetici, sono molteplici: cotone, lana, seta, nylon, lino, cellulosa, poliestere, etc. ma tutti comunque interagiscono con la cute e in alcuni casi possono provocare l’insorgenza di problematiche cutanee ed in generale per la nostra salute. Dai risultati di recenti studi sull’argomento è emerso che molte malattie dermatologiche sono causate proprio dal contatto con il vestiario. La causa è quasi sempre imputabile ad alcune sostanze chimiche utilizzate durante i processi di lavorazione, che (se non ben controllate o di qualità) possono risultare tossiche e pericolose per l’individuo oltre che per l’ambiente. Tali sostanze, benché utilizzate durante la produzione (lavorazione e colorazione finale dei capi di abbigliamento) talvolta permangono sui tessuti che compongono gli abiti che acquistiamo ed in questo modo vengono a contatto con la pelle e gli annessi, causando patologie cutanee come ad esempio dermatite da contatto (irritativa o allergica) o favorire l’insorgenza di altre malattie connesse al contatto continuativo con questo tipo di sostanze che possono rivelarsi irritanti, tossiche, cancerogene, interferenti/distruttori endocrini, mutagene o tossiche per la riproduzione. Tra queste compaiono, ad esempio, formaldeide, coloranti, e ftalati, che possono essere pericolose se assorbite attraverso la pelle. Per tale motivo esistono norme europee che ne regolamentano l’utilizzo. Ma questi limiti non coinvolgono i prodotti tessili fabbricati nei paesi extraeuropei come quelli asiatici, che molto spesso si trovano a più basso costo nei canali di vendita non ufficiali, come le bancarelle del mercato. Le sostanze chimiche maggiormente coinvolte nella sicurezza d’uso dei tessuti sono i coloranti, impiegati per impartire alle fibre tessili una colorazione diversa da quella originale attraverso reazioni chimiche tra il colorante ed il substrato da colorare. Le sostanze coloranti possono essere classificate in naturali e artificiali. I coloranti naturali venivano usati già nell’antichità, generalmente di origine animale come ad esempio il “rosso cocciniglia” ottenuto dalla polverizzazione degli esemplari femminili di un insetto appartenente alla famiglia Coccoidea, o vegetale come il color indaco, ottenuto dalle piante del genere Indigofera, leguminosa di origine africana. I coloranti artificiali o sintetici, il primo dei quali fu scoperto nel 1856 dall’inglese William Henry Perkin, vengono ottenuti invece attraverso processi chimici e sono oggi molto più utilizzati rispetto ai coloranti naturali in quanto più economici e più veloci da ottenere. La maggior parte dei coloranti contenuti nei capi di abbigliamento sono “azoici” (ovvero caratterizzati dalla presenza di uno o più gruppi cromofori azoici –N=N–). Vengono prodotti chimicamente a partire da ammine aromatiche, e alcuni enzimi e/o batteri cutanei possono indurre una scissione di questi coloranti con conseguente rilascio e penetrazione nell’organismo di ammine aromatiche (ad esempio benzidina e toluidina), sostanze considerate cancerogene. Per questo motivo l’Unione Europea nel 2002 ha emanato una Direttiva con la quale ha proibito 22 ammine aromatiche e di conseguenza ha vietato l’impiego di tutti i coloranti azoici in grado di rilasciarle (DIRETTIVA 2002/61/CE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 19 luglio 2002). Oltre a quanto sopra specificato, certamente non tutti i coloranti sono correlati all’insorgenza di effetti avversi. Nello specifico quelli più a rischio sono i coloranti appartenenti al gruppo definito “dei dispersi” (il nome deriva dalla modalità di tintura della fibra, per dispersione): in acqua non tendono a sciogliersi bensì a disperdersi e per questo creano legami stabili con le fibre naturali mentre si legano meno stabilmente con le fibre sintetiche. Inoltre, essendo liposolubili sono affini alle sostanze grasse e possono essere quindi più facilmente assorbiti attraverso la cute, aumentando talvolta il rischio di insorgenza di allergie e sensibilizzazione, soprattutto nei soggetti più predisposti. Alcuni coloranti appartenenti alla categoria dei dispersi, sono stati elencati ed identificati come potenzialmente allergenici e possono essere tutt’oggi presenti sul mercato soprattutto nei capi tessili importati da paesi asiatici. La pericolosità dei coloranti è inoltre dovuta al fatto che alcuni di loro possono contenere sostanze rischiose come i metalli pesanti (Cadmio, Piombo, Mercurio, Cromo VI e nichel), notoriamente molto tossici per l’organismo. Onde evitare spiacevoli e pericolose conseguenze, è bene non fidarsi alla cieca dei tessuti con colori sgargianti, dei prezzi troppo bassi e dell’offerta di capi di abbigliamento privi di etichetta. Questa infatti deve riportare obbligatoriamente la composizione con espressa dichiarazione della/delle tipologia di fibre presenti nel capo di abbigliamento. Inoltre è buona norma lavare sempre gli abiti dopo l’acquisto e prima di indossarli perché con il lavaggio da un lato il tessuto “scarica” i componenti estranei alla fibra di tessuto (coloranti in eccesso, appretti, etc.), dall’altro come norma igienica primaria si evita il contatto con eventuali particelle di sporco e/o microrganismi residui da ambienti non controllati o di “ospiti” che nella filiera hanno toccato o provato il capo di abbigliamento, specialmente nel caso di biancheria intima.


30 Aprile 2019
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tessuti e loro interazioni con pelle e saluteMagari non ci si pensa, ma quando si acquista un indumento o si apre l’armadio per decidere come vestirsi si fanno scelte e gesti che hanno delle conseguenze sulla nostra salute e sull’ambiente. Difficilmente si è consapevoli di cosa ruota intorno al mercato del tessile, ma la questione non è di poco conto, viste le ultime ricerche sul tema.

L’associazione “Tessile e Salute”, nata nel 2001, come si legge sul sito ufficiale (www.tessileesalute.it) “è a fianco dei consumatori e da sempre, al fine di tutelare il Made in Italy, si occupa di eco-tossicologia nei settori Tessile e Moda unendo le competenze del Sistema Pubblico a quelle delle filiere produttive tessile, pelle, chimica. Collabora con il Ministero della Salute, le ASL, i NAS, le Procure della Repubblica nell’identificare prodotti di importazione non in regola con la legislazione comunitaria e con il regolamento europeo REACH o rilascianti sostanze pericolose.”

Proprio per supportarne gli obiettivi strettamente legati alla struttura della pelle, dei suoi annessi e all’ambito cosmetico (basti pensare all’avvento sempre più importante del “cosmetotessile”), AIDECO ha collaborato con questo gruppo specializzato, con sede a Biella, storica città manifatturiera del tessile e della lana sin dal XIII secolo.

“Tessile e Salute” tra il 2011 ed il 2012 si è occupata di effettuare indagini a livello nazionale su articoli tessili acquistati in punti vendita o prelevati dai NAS e dalle Asl, nel corso di azioni ispettive o a seguito a segnalazione di varie problematiche inerenti la salute. I risultati delle indagini sono stati piuttosto significativi, per non dire sconcertanti…

In particolare è emersa poi la presenza di sostanze pericolose in articoli tessili acquistati nei punti vendita nelle seguenti percentuali:

  • 4% ammine aromatiche cancerogene
  • 4% coloranti allergenici
  • 6% metalli pesanti
  • 4% formaldeide

Secondo i dati, è dunque ancora troppo frequente la presenza sul mercato di sostanze pericolose per la salute umana in articoli tessili e calzaturieri.

Secondo “Tessile e Salute”, studiando le cause all’origine di patologie riscontrate nei pazienti ricoverati in alcune cliniche dermatologiche (studio effettuato su oltre 400 pazienti) sono riconducibili a:

  • Tessuti – nel 69,1% dei casi
  • Accessori – nel 16,5% dei casi
  • Calzature – nel 14,4 % dei casi

(Fonte: www.tessileesalute.it/tutela-del-consumatore/rischi-per-la-salute/ )

Ma qual è il quadro normativo che regola questo ambito?

Il mercato tessile non è esente da leggi e regolamenti internazionali e nazionali. In particolare, in merito ai rischi per la salute del consumatore, il mercato tessile globale è attualmente regolamentato su tre livelli:

LIVELLO 1 – LEGISLAZIONI

Sono numerosi i Paesi che si sono dotati di leggi inerenti i prodotti tessili, sia per la natura globale della produzione sia per il significativo numero di prodotti chimici in essa utilizzati. Sebbene le legislazioni non coprano del tutto dai rischi di un’importazione di articoli tessili non a norma e vada pertanto integrata e migliorata, allo stato attuale si possono elencare quelle più importanti:

  • Europa – Regolamento REACH
  • USA – Consumer Product Safety Improvement Act (CPSIA)
  • USA – California Proposition 658
  • Giappone – Law for the Control of Household Products Containing Harmful substances
  • Cina – Product Quality Law of the People’s Republic of China

LIVELLO 2 – NORMATIVO

Molte riguardano i prodotti tessili (requisiti fisici, solidità ecc.). Solo una norma UNI prende in esame in modo sistematico la sicurezza dei prodotti tessili ed è la UNI/TR 11359 Safety management of textiles, clothing, footwear, leather and accessories pubblicata nel 2010 e realizzata con il coordinamento di “Tessile e Salute”.

LIVELLO 3 – CAPITOLATI PRIVATI

Altrettanto numerosi sono gli standard che si basano su Restricted Substances Lists – RSL. Ma tra queste c’è una grande varietà, sia dal punto di vista di sostanze chimiche elencate e requisiti richiesti, sia come impegni da sostenere per la supply chain. I produttori che vogliano vendere all’azienda che richiede la conformità ad una RSL sono tenuti ad informarsi a loro volta presso i loro fornitori al fine di essere sicuri di rispettare quanto richiesto in materia di sostanze soggette a restrizione.

Inoltre, come nel campo dei prodotti biologici destinati all’alimentazione ed alla cosmetica, esistono organismi di certificazione ai quali le aziende produttrici possono aderire volontariamente per migliorare la loro efficienza ambientale e per emergere come aziende virtuose dal punto di vista della tutela della salute dei consumatori. Si tratta in particolare delle seguenti organizzazioni:

  • EMAS (Eco-Management and Audit Scheme), sistema comunitario di ecogestione, cui possono aderire volontariamente le imprese europee che desiderano impegnarsi nel valutare e migliorare la propria efficienza ambientale
  • ECOLABEL, il marchio europeo di qualità ecologica che premia prodotti e servizi migliori dal punto di vista ambientale.

E se sul capo non si trova il marchio? È opportuno scegliere almeno prodotti realizzati in Italia e in Europa perché il loro impatto ambientale è più controllato e regolato.

Una parola in più sulle “fibre biologiche”: come abbiamo avuto modo di approcciare a livello cosmetico in altre occasioni (www.aideco.org/biologico-e-naturale), nel caso di un “capo bio” il prodotto dovrebbe essere realizzato con fibre naturali ottenute senza l’uso di sostanze di sintesi come insetticidi, diserbanti e concimi. Coltivare, ad esempio, cotone senza sostanze chimiche è molto più difficile, perché riduce la resa dei campi e quindi anche la redditività degli agricoltori. Tant’è che le percentuali di “fibre bio” nel mercato ammontano ad appena l’1% e difficilmente potranno aumentare.

Spesso purtroppo la dicitura “bio” o “organico” sull’etichetta non corrisponde a verità o è riferita ad una percentuale marginale di fibra. Frequentemente può succedere che sia “bio” il cotone, ma non la lavorazione effettuata non essendo ancora state definite chiare procedure di controllo, come avviene già nel settore alimentare. In altre parole si tratta spesso di informazioni pubblicitaria ed in breve:

  • Non è detto che il cotone sia veramente “biologico, poiché esistono leggi che regolano l’agricoltura biologica ma non l’intera filiera di produzione.
  • Un capo realizzato in fibre “bio” non ha caratteristiche migliori o peggiori di un altro “non bio”: il suo vero pregio risiede nel non aver provocato inquinamento ambientale nelle aree di coltivazione.

Dal punto di vista dermatologico le conseguenze di un contatto prolungato con tessuti trattati con sostanze irritanti o nocive per la salute, risiedono non solo nelle manifestazioni cutanee, quali DIC e DAC (Dermatiti Irritative o Allergiche da Contatto) spesso di non facile diagnosi. Il rischio vero risiede nel fatto che la pelle è il nostro organo più esteso e, per quanto sia banale ribadirlo, è il più esposto alle aggressioni esterne, fungendo da barriera semi-permeabile e quindi da potenziale “ingresso” di tante sostanze nel nostro organismo. I danni a lungo termine prodotti da sostanze nocive introdotte per assorbimento cutaneo possono essere di conseguenza anche molto gravi. Ecco perché è sempre importante essere consumatori consapevoli.

I principali rischi per la salute del consumatore a contatto con tessuti e calzature sono imputabili alle sostanze chimiche utilizzate nei processi produttivi e finalizzate alla lavorazione, alla colorazione e alla funzionalizzazione dei materiali. Va però qui considerato che è impossibile immaginare l’industria tessile e della moda senza il contributo dei processi chimici; non si tratta quindi di demonizzare sostanze e composti ma di conoscerli, valutarne gli effetti ed utilizzarli secondo prassi rigorosamente controllate.

Nel corso degli ultimi decenni la ricerca scientifica ed industriale ha dedicato molta attenzione alla messa a punto di prodotti chimici sicuri per i lavoratori e per gli utilizzatori finali dei manufatti e sono state stabilite procedure e regolamenti d’utilizzo. In Europa inoltre è stato vietato l’uso di sostanze ritenute pericolose per la salute ed i prodotti chimici immessi sul mercato sono oggetto di costanti verifiche e monitoraggio.

D’altro canto è altresì utile sfatare i numerosi luoghi comuni che rischiano di diffondere false informazioni fra i consumatori. Ad esempio:

  • “I capi sintetici provocano allergie e dermatiti?”

Non ci sono fibre pericolose (a parte l’amianto, fuori legge da molti anni). Patologie e problemi di sensibilizzazione cutanea sono provocati dall’uso di sostanze chimiche non a norma nelle fasi di tintura e finissaggio.

  • “Le fibre naturali sono più ecologiche di quelle sintetiche?”

Per coltivare il cotone si utilizzano estese aree sottratte così ad altre coltivazioni, si usa moltissima acqua e il ciclo di lavorazione sfrutta molta energia, utilizza coloranti e sostanze chimiche, con processi lunghi e costosi. Ci sono poi i consumi di lavaggio e di stiratura… Le fibre sintetiche, d’altra parte, utilizzano solo una minima parte di petrolio e la loro produzione è a basso consumo di acqua. Hanno però un grosso limite ecologico: non sono biodegradabili, per questo le aziende stanno incentivando la ricerca sul riciclo dei materiali scartati (sostenibilità).

  • “Il cotone OGM fa male alla pelle?”

Il cotone OGM (Organismo Geneticamente Modificato), allo stato attuale delle nostre conoscenze, quando a contatto con la pelle è del tutto identico ad un cotone tradizionale. Oggi il 50% del cotone con cui sono fabbricati i nostri indumenti è un OGM.

Come ormai chiaro, alla sicurezza del prodotto si è aggiunto recentemente un nuovo importante obiettivo: la definizione di sostanze, materiali, tecnologie e modalità di lavoro meno impattanti sull’ambiente. L’acquisto consapevole anche nel caso dell’abbigliamento può fare molto per migliorare non solo la tutela della salute dei consumatori, ma anche le condizioni di lavoro degli operai del settore nei paesi in via di sviluppo, nonché indurre le aziende produttrici ad una maggiore sensibilità su quanto si potrebbe fare per ridurre i danni ambientali e migliorare la qualità dei prodotti.

Ai consumatori si consiglia pertanto:

  • Di non acquistare capi di abbigliamento privi di etichetta con ben riportata la composizione (tipologia di fibre presenti nel capo), da dichiarare obbligatoriamente per legge
  • Di lavare sempre un nuovo capo di abbigliamento prima di indossarlo e, nel caso di rilascio di colorante, lavarlo una seconda volta
  • Infine, laddove possibile, di scegliere aziende certificate che operano nel rispetto delle normative europee

In conclusione, una corretta informazione tutela sempre la nostra salute e quella del nostro pianeta.